Lavoro: meno ore è – davvero – meglio?

Sta rimbalzando da una parte all’altra dell’internet la notizia che la settimana lavorativa di soli quattro giorni possa arrivare anche qua da noi. Numerosissimi articoli, post e digressioni, infatti, hanno iniziato a parlare delle “tante” aziende in cui questo modello di lavoro è stato sperimentato e del successo riscontrato in termini di aumento di produttività e fatturato, oltre che di un miglioramento delle condizioni psicologiche e fisiche dei dipendenti.

L’ultimo esempio, e quello che ha fatto gridare tutti “anche noi lo vogliamo!”, è il caso di Microsoft in Giappone. Inseriti i soli quattro giorni lavorativi come test, l’azienda ha poi fatto emergere i benefici tratti dall’esperienza: si parla di un aumento del 40% della produttività, una consistente riduzione dei consumi di energia e una maggiore soddisfazione dei lavoratori. 

Alexandra Palt, poi, super manager di L’Oréal, ha dichiarato che la settimana breve dovrebbe essere introdotta in tutte le aziende per migliorare una qualità di vita dei dipendenti che, a suo dire, il lavoro influenzerebbe in maniera negativa.

Da questi due casi esemplificativi, sono partiti gli articoli acchiappa-views con slogan del tipo “lavorare meno è meglio”, oppure “lavorare meno per lavorare tutti”.

Tutto bello, tutto giusto, sì. Ma per Microsoft e per L’Oréal.
Se si fosse trattato di altre aziende, siamo sicuri che i risultati sarebbero stati i medesimi?

Microsoft, infatti, è una delle più grandi imprese dell’ambito tecnologico, leader nel mondo e con fatturati da far venire il capogiro a tutti. L’Oréal fa la stessa cosa nel suo settore. Microsoft è poi in Giappone, L’Oréal in Francia. Noi, be’, siamo Italia, e il contesto, credeteci, fa tutta la differenza del mondo.

Sembra, poi, onestamente strano che in un Paese uscito da una crisi economica profonda solo da qualche anno, si inneggi a lavorare di meno. Pochi anni fa avremmo pagato per trovare chi ci retribuisse, adesso preghiamo affinché chi ci dà da vivere ci faccia lavorare di meno. Non teniamo poi in considerazione che, nei Paesi dove tutto questo esperimento ha avuto successo, gli esercizi commerciali offrono un servizio ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Nessuna differenza fa la notte, la domenica, la festività o il compleanno del figlio. Anche questo aspetto, qua in Italia, è fonte di dibattito e di polemica. L’esperimento, poi, è stato limitato nel tempo. Solo un mese: non è dato sapere che cosa sarebbe successo se invece fosse durato più a lungo.

Quindi va tutto bene così com’è?

No, non lo crediamo. Tutto può e deve essere migliorato e una qualità di vita che punti sempre al massimo è ciò che deve garantire un mondo sempre più moderno, interconnesso e tecnologico. Dagli esempi al di fuori dei confini nazionali si può imparare e prendere spunto. Ma, e questo è innegabile, tutto deve essere calato all’interno della realtà in cui viviamo. La settimana corta funziona in Nord Europa, alla Microsoft e da L’Oréal? La soluzione più ovvia sarebbe allora trasferirsi là o farsi assumere da questi due giganti del mercato.

“Eh no, ma io sto bene in Italia”.
Ah, ecco.

Allora assumiamoci delle responsabilità e miglioriamo l’Italia, senza aspettare che il miglioramento della nostra vita arrivi dall’alto mentre siamo impegnati a fare zapping sul divano nel nostro giorno libero.

Non sarebbe forse il caso di migliorare le condizioni delle aziende, rendendo loro meno proibitivo e meno costoso assumere personale?
Più personale non porterebbe poi a una riduzione di ore di lavoro straordinarie e imposte senza possibilità di scelta, proprio perché, con il numero di dipendenti attuali, non è possibile espletare tutte le attività necessarie nelle otto ore per cinque giorni?
Rendiamo più efficienti e capillarizzate le connessioni in città evitando di farci le ore fermi nel traffico mattina e sera?

L’Italia ha l’IVA più alta d’Europa e le spese pubbliche, pagate dai cittadini, non producono gli effetti con cui vengono giustificate. Venezia sta annegando, nonostante sia in cantiere da più di quindici anni la costruzione di dighe che la riparino dall’acqua alta. Soldi raccolti con le tasse, inefficienza dei lavori. Può essere anche questo un problema da risolvere?

Il cambiamento che tutti dovremmo auspicare, e credere fortemente possibile, dovrebbe partire da un livello più profondo di consapevolezza. Si tratta un cambiamento culturale in primis, e di punti di vista subito dopo. Assumersi la responsabilità di questo cambiamento, e accettare che debba partire da noi e non dagli altri, è il primo passo perché si realizzi.

A poco serve copiare gli altri.

Importata in Italia, la settimana breve sarebbe una soluzione del tutto anacronistica e, probabilmente, destinata al fallimento in breve tempo.


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